Argomento di grande fascino la Meditazione e le tecniche meditative mediate dalle tradizioni spirituali hanno cominciato a suscitare interesse anche in ambito applicativo. Qualcuno vuole meditare per sconfiggere l’ansia, qualcun altro giura che con la meditazione si può migliorare la stiffness  arteriosa e quindi abbattere il Rischio Cardiovascolare.

Ho provato a riassumere i campi di interesse in cui la meditazione può essere usata davvero in ambito terapeutico, quelli in cui la ricerca sull’argomento avanza ma in cui i limiti applicativi sono ancora tangibili, il razionale dell’uso della metodica e le controindicazioni della procedura, che solo agli inesperti può apparire priva di complicanze.  

Buona meditazione!

 

Nella mente di chi medita

Prima di tutto una precisazione: in ambito neuro scientifico quando si parla di Meditazione si intende “un gruppo di tecniche non specifiche di allenamento mentale, finalizzate a portare la mente ad una migliore comprensione di sé e del suo funzionamento” (1).

Questo significa che chi medita in pratica usa mezzi come la “Focused attention”, o l’ “Open Monitoring” oppure ancora la recitazione di un Mantra perché la mente conosca sé stessa, i suoi meccanismi e impari a superarli (2)

Questo perché? Perché tanto meno i flussi mentali sono consapevoli, tanto maggiore è il rischio di subirli e che controllino la nostra vita. Per citare degli esempi D. Goleman in uno dei suoi famosissimi testi , “Intelligenza Emotiva(3), descrive infatti come i comportamenti umani siano scanditi da dinamiche inconsce, qualche volta molto ancestrali, che controllano molte reazioni individuali e ci rendono tutti più vicini alla scimmia di quanto si pensi. Basti pensare agli automatismi emotivi di attacco/risposta, che tanti problemi causano in ambito comunicativo, il “chiacchiericcio mentale” (o “stream of consciusness”) che ci distrae e rende difficile conservare l’attenzione oppure, mi viene da aggiungere, il “rifiuto” di una notizia traumatica, come una diagnosi, con le sue ripercussioni, ad esempio, in ambito terapeutico. Ma pensiamo anche agli stereotipi sociali, meccanismi automatici di gruppo che seminano sofferenza, cristallizzano le relazioni e ostacolano ogni progetto rieducativo (4)

Gli studi degli anni ’90 e duemila, in cui ad esempio i maestri delle tradizioni antiche si sono prestati a far “da cavie” alla ricerca scientifica, ci hanno dato uno spaccato sempre più dettagliato di quello che accade nella mente di chi medita (o “Mind of the Meditator” per dirla con le parole di Matthieu Richard, Antoine Lutz e Richard J. Davidson) (5).

L’universo di neurotrasmettitori, connessioni neurali, circuiti e citochine schiusosi  in questo modo all’ambiente scientifico, una galassia di potenzialità di ricerca, è diventato così uno stimolo enorme e ha permesso di inaugurare filoni di studio rimasti per molto tempo rudimentali, come quello sulla coscienza. 

Quello che appare interessante è che, in virtù della plasticità del Sistema Nervoso Centrale i cambiamenti cerebrali sembrino stabili nel tempo e trasformino in maniera duratura l’assetto anatomico e funzionale della mente del meditatore. Ad esempio i praticanti esperti mostravano attività cerebrale più spiccata in aree (come l’insula anteriore dorsale (AI) o il cingolo medio anteriore (aMCC)) implicate nell’elaborazione emotiva del dolore rispetto ai non esperti. Sorprendentemente praticare meditazione avrebbe effetti più radicali della maggior parte dei farmaci e trattamenti a nostra disposizione! La considerazione, si capisce, è interessante e, anche se gli studi in ambito applicativo potrebbero sembrare limitanti per discipline di una tale portata filosofica, molti hanno avuto la tentazione di verificare che effetto avesse sulla cura il supporto delle tecniche di meditazione.   

 

Bibliografia

  1. Cahn BR and Polich J. (2009a) Meditation (Vipassana) and the P3a event-related brain potential. International Journal of Psychophysiology 72: 51-60
  2. Wallace BA. (2014) Mind in the balance: Meditation in science, Buddhism, and Christianity: Columbia University PressGj
  3. D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR 1995
  4. John A Bargh 1Kay L SchwaderSarah E HaileyRebecca L DyerErica J Boothby. Automaticity in social-cognitive processes. Trends Cogn Sci. 2012 Dec;16(12):593-605.
  5. M.Ricard, A.Lutz, Richard J. Davidson. Mind of the Meditator. November 2014, ScientificAmerican.com